Il prezzo del fertilizzante artificiale

Il blocco dello Stretto di Hormuz, i prezzi dei fertilizzanti alle stelle e il cambiamento climatico minacciano di scatenare una crisi alimentare globale –

di Tomasz Konicz, 24.06.2026

A prima vista sembra assurdo, ma gli abitanti del sistema mondiale tardo capitalista si nutrono, per così dire di combustibili fossili. Senza quei fertilizzanti artificiali, che hanno avuto un ruolo centrale nell’industria agricola dalla cosiddetta rivoluzione verde, al più tardi nella seconda metà del XX° secolo, le rese globali delle colture, che da allora sono aumentate drasticamente, crollerebbero bruscamente. Oltre il 40% della popolazione mondiale, senza fertilizzanti artificiali, non potrebbe più essere nutrita; concorda la maggior parte degli scienziati. Nei fertilizzanti minerali, sono tre i componenti indispensabili: azoto, fosforo e potassio. Il fertilizzante azotato è a base di ammoniaca, la quale viene ottenuta a partire dal gas naturale tramite il processo Haber-Bosch: un processo ad alta intensità energetica, il quale è responsabile di circa il tre% delle emissioni globali di CO2. Lo zolfo – necessario per la lavorazione della roccia fosfatica e da cui dipende la produzione di fertilizzanti fosfatici – è un sottoprodotto della produzione di petrolio e gas. Pertanto, la produzione di fertilizzanti minerali è collegata all’estrazione di combustibili fossili. Circa il 50% dei costi di produzione alimentare, si trova ora a essere rappresentato dal consumo energetico da parte di un’industria agricola altamente automatizzata. Ecco perché l’aumento dei prezzi del petrolio sta causando, tra le altre cose, un aumento dei costi di produzione e distribuzione alimentare; ad esempio, a causa dell’aumento del costo del diesel. Come parte della loro strategia di diversificazione, gli Stati del Golfo, che ora soffrono del blocco dello Stretto di Hormuz, sono riusciti a diventare un importante sito di produzione di fertilizzanti artificiali e dei loro prodotti intermedi, oltre a essere un punto centrale di trasbordo per quei beni dell’industria agricola diventati essenziali negli ultimi decenni. In questa cosiddetta integrazione verticale, i paesi produttori di materie prime cercano di dominare la più parte possibile di quella che è la catena produttiva industriale. Riuscendoci con successo: circa il 43% di quello che rappresenta uno dei fertilizzanti azotati più comuni – l’urea – viene esportato attraverso lo Stretto di Hormuz. Gli stati del Golfo erano, tra le altre cose, anche responsabili di circa il 45% delle esportazioni globali di zolfo. Nella regione, avviene circa il 30% della produzione di ammoniaca, soprattutto in Arabia Saudita e Oman. In generale, la regione ora bloccata produce circa un quinto di tutto il fertilizzante utilizzato nel mondo. Secondo il Financial Times di aprile, si starebbe sviluppando una crisi alimentare globale, la quale difficilmente potrà essere alleviata; e questo anche se lo Stretto di Hormuz dovesse aprire immediatamente, da subito! Vediamo così che, da un lato, le capacità produttive nelle aree concorrenti dell’industria dei fertilizzanti – come Russia e Bielorussia – non sono abbastanza grandi da compensare queste enormi perdite. La creazione di nuovi siti produttivi richiederebbe anni. Il riavvicinamento tra Stati Uniti e Bielorussia, avvenuta a marzo e accompagnato da rilasci di prigionieri e da una riduzione delle sanzioni statunitensi, mirava proprio a promuovere la produzione e l’esportazione dei fertilizzanti bielorussi, in modo da alleviare questa crisi di approvvigionamento. Ma il fattore decisivo di crisi risiede nel semplice fatto che la coltivazione alimentare è un’industria stagionale. Il periodo della semina, e il corrispondente utilizzo dei fertilizzanti, sono già stati raggiunti o superati in molte regioni del mondo. E in molte regioni povere che si trovano ai margini, o semi-periferici, del sistema mondiale, i produttori agricoli, semplicemente, non riescono a far fronte all’aumento dei prezzi dei fertilizzanti. A metà aprile, questi prezzi sono esplosi, del 20% e fino al 49% del prezzo dell’urea, rispetto a quelli che erano subito prima della chiusura dello Stretto di Hormuz. Ciò significa che verrà semplicemente usato meno fertilizzante, e il che inevitabilmente porterà a un crollo delle rese agricole previste. Più la regione è povera, maggiori sono le perdite del raccolto. L’Africa subsahariana, dove agricoltori finanziariamente deboli riescono a malapena a comprare abbastanza fertilizzante per ottimizzare le rese, ne viene particolarmente colpita. L’aumento dei prezzi dei fertilizzanti porta così quasi automaticamente a una riduzione del consumo di fertilizzanti, e quindi a un calo delle rese. A livello regionale, i paesi dell’Africa orientale – Kenya, Somalia e Tanzania – dipendono in maniera particolare dalle forniture di fertilizzanti esteri provenienti dalla regione del Golfo, dove i costi di trasporto sono aumentati fino al 300%. La devastata struttura post-statale del Sudan, invece, costituisce il punto zero dell’imminente crisi della fame, ma a causa della guerra civile: lì, circa 21 milioni di persone sono minacciate da una grave insicurezza alimentare, e circa 375.000 abitanti muoiono di fame. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, il numero di persone estremamente povere affette da fame acuta, quest’anno potrebbe salire di 45 milioni, raggiungendo così un record di 363 milioni, a causa della guerra in Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz. Miliardi di persone probabilmente saranno colpite da un peggioramento della situazione alimentare, causando l’aumento della malnutrizione. Nella semi-periferia del sistema mondiale capitalista, India e Brasile in particolare soffrono per il limite di guerra imposto alle esportazioni di fertilizzanti: più della metà dei fertilizzanti importati dall’India, è stata finora trasportata attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre il Brasile – uno dei più importanti produttori agricoli al mondo – prima dello scoppio della guerra, aveva il 45% . Persino l’Australia ha importato il 70% dei suoi fertilizzanti passando dalla regione del Golfo. Nel caso dell’India – il paese più popoloso del mondo – la situazione è particolarmente drammatica: la produzione interna di fertilizzanti dipende in gran parte dal gas naturale, che attualmente non può essere trasportato, attraverso lo Stretto di Hormuz, nelle fragili ancore di gas liquido, dove attacchi o mine marine causerebbero esplosioni gigantesche. All’inizio di maggio, il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha invitato i suoi connazionali a ridurre il consumo di olio da cucina, il consumo di combustibili fossili e l’uso di fertilizzanti. Dipendenze simili, a causa del gas del Golfo, esistono anche nella produzione di fertilizzanti in Pakistan e Bangladesh. A prima vista, la situazione nei centri del sistema mondiale sembra meno drammatica: se il blocco si protraesse fino all’estate, secondo le stime del Financial Times, l’inflazione dei prezzi alimentari negli USA rischia di penetrare nella cosiddetta „fascia a doppia cifra“ , da circa il precedente 4%. Qualcosa di simile probabilmente accadrà anche nell’UE. L’industria agricola statunitense – essenziale per nutrire il mondo, e i cui dipendenti, se americani, fanno parte dell’elettorato centrale di Donald Trump – sta già soffrendo a causa delle guerre tariffarie e commerciali condotte dal suo presidente estremista di destra; e ora, dopo la guerra in Iran, anche a causa dell’aumento dei prezzi delle fonti energetiche e dei fertilizzanti. Il primo, da sé solo, nel 2025 ha portato a un aumento del 46% di fallimenti agricoli, rispetto all’anno precedente. Nel 2024, gli Stati Uniti sono stati il maggior esportatore di prodotti agricoli, davanti al Brasile, ed erano leader nella coltivazione di mais e soia.

Link: https://francosenia.blogspot.com/2026/06/non-solo-geopolitica.html

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