Mancanza di controllo nel Golfo?


di Tomasz Konicz, 26.03.2026

 Ha senso prendere nota delle dichiarazioni del – ebbene sì – Presidente degli Stati Uniti? Dall’inizio della guerra in Iran, Trump ha cambiato posizione quasi ogni ora, passando da minacce di escalation a dichiarazioni di vittoria, a speculazioni sul ritiro, a insulti agli alleati della NATO. Al presidente,  riferimento alle dichiarazioni corrispondenti, può essere attribuito quasi tutto!


L’invio di segnali contraddittori, da parte del borderline fascista [*1] alla Casa Bianca – il cui comportamento erratico, e il suo narcisismo patogeno insieme, riflettono il crescente irrazionalismo indotto dalla crisi del capitale –  potrebbe essere semplicemente ricondotto al fondersi della psicopatologia e dell’ideologia fascista nella persona di Donald Trump. Verità, realtà, spazio-tempo, passato o futuro, non costituiscono più una linea guida per i suoi riflessi politici. Esiste solo il presente della crisi, che si manifesta con le sue convulsioni in costante aumento, e che il fascismo innesca e/o intensifica reattivamente. Il discorso sui „fatti alternativi[*2], che abbiamo visto svolgersi all’inizio dell’era Trump, sta ora assumendo la sua piena realizzazione. Ma, almeno sotto un aspetto, questo rumore contraddittorio che Trump lancia, potrebbe essere calcolato in modo intrinseco: le minacce di escalation, che si alternano a notizie di vittoria, il mantenere aperta la fine della guerra, seguite poi da assicurazioni di una pace vittoriosa imminente; tutte queste cose sono espressione della trappola strategica in cui gli imperialisti dilettanti della Casa Bianca si sono andati a cacciare. Washington sta perdendo contro il tempo. Trump è come intrappolato, poiché attualmente non può porre fine alla guerra senza, allo stesso tempo, perderla geopoliticamente. Non può continuare la guerra a lungo, senza perdere economicamente. Per mezzo di minacce militari di escalation, l’Iran dovrebbe essere persuaso a rinunciare al blocco dello Stretto di Hormuz, e questo nel mentre che gli annunci di vittoria di Trump sono pensati per calmare i mercati finanziari e l’economia globale che si trova già sull’orlo di un’altra ondata di crisi. Se Trump dovesse riucire a sgattaiolare fuori, e a  cessare le ostilità, egli lascerebbe all’Iran una leva di potere estremamente efficace, dall’aspetto globale che, prima della guerra, il regime di Teheran non aveva: il controllo de facto dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale veniva trasportato circa il 20% della produzione mondiale di petrolio. Il regime potrebbe trasformare permanentemente questo stretto in un ufficio doganale, cosa che è già di fatto vera, e questo consentirebbe a Teheran di generare miliardi di euro di entrate aggiuntive ogni anno.

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Al momento attuale, gli Stati Uniti hanno effettivamente registrato molti successi tattici militari, ma tuttavia, strategicamente, avrebbero perso la guerra; l’economia mondiale dipenderebbe dalla buona volontà dell’Iran. Per non parlare poi dell’obiettivo del „cambio di regime„, espresso all’inizio.[*3] Il narcisismo morboso di Trump è capace di molte cose, ma è quasi impossibile trasformare in una vittoria. Il regime iraniano è consapevole della sua buona posizione strategica [*4], e di conseguenza avanza richieste corrispondenti agli Stati Uniti: riparazioni, garanzie di sicurezza, abbandono delle basi militari statunitensi nella regione, formalizzazione del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz. In caso di continuazione dell’escalation –  che Teheran cerca proprio attraverso l’uso di munizioni a grappolo contro Israele – il regime potrebbe anche sperare in degli effetti di solidarietà tra la popolazione; se, ad esempio, il governo di destra israeliano permettesse deliberatamente che, come parte di misure di ritorsione, venissero attaccati obiettivi civili. L’Iran punta proprio sul tempo che Washington non ha: le elezioni di novembre, l’inizio della stagflazione, una crisi economica mondiale imminente e il potenziale di crisi sui mercati finanziari instabili, trasformerebbero una lunga guerra in un fiasco economico. L’Iran, non solo può bloccare i combustibili fossili, ma può anche tagliare l’approvvigionamento essenziale di fertilizzanti e di materie prime (elio) per l’industria IT e A.I. Inoltre, simultaneamente, non è possibile rovesciare il regime semplicemente bombardandolo. Anche il controllo dello Stretto di Hormuz avrebbe potuto essere garantito solo per mezzo di un massiccio dispiegamento di truppe di terra. A tal proposito, questa trappola strategica, in cui Trump si è ora cacciato, illustra non solo i suoi deficit intellettuali, ma anche le carenze dei sistemi autoritari. Trump a suo tempo, all’inizio della guerra, mise in dubbio l’esistenza del regime iraniano e tuttavia, allo stesso tempo, non prese alcuna misura per proteggere lo Stretto di Hormuz, sperando in una rapida fine della guerra, simile all’intervento in Venezuela. [*5] Il fatto che un regime iraniano che, lottando per la propria sopravvivenza, bloccherebbe lo Stretto di Hormuz è cosa comunemente ben nota negli ambienti militari. Sicuramente, anche queste informazioni sono state portate alla Casa Bianca – ma Trump è circondato da un circolo di opportunisti e di uomini-sì, [*6] i quali agiscono solo come dei semplici incoraggiatori dell’umore del presidente. Se ora Trump spera in una ripetizione dello scenario del Venezuela, allora i suoi subordinati la vedranno in tal modo, e lo incoraggeranno in questo.

 Tutto ciò ricorda in modo evidente l’inizio della guerra in Ucraina, quando Putin era stato informato dai servizi segreti russi (FSB) con valutazioni positive della situazione, in quanto il presidente russo era fermamente convinto di poter conquistare l’Ucraina praticamente senza sforzo, dall’oggi al domani, nell’ambito di una rapida operazione militare.[*7] Poche settimane dopo il fiasco ucraino di Putin, l’FSB veniva epurato; mentre invece il presidente russo è ancora in carica. A Washington, dove Trump ora incolpa il suo estremista di destra „Segretario alla Guerra“ Pete Hegseth per la guerra [*8], la situazione è simile, e probabilmente una rapida fine della guerra in Iran arriverà solo grazie a delle concessioni significative da parte di Trump. Pertanto, le negoziazioni tra Stati Uniti e Iran sono accompagnate da una rapida concentrazione delle truppe di intervento da parte di Washington: Marines specializzati in operazioni anfibie e paracadutisti vengono schierati nella regione. Allo stesso tempo, durante le negoziazioni, entrambe le parti mantengono in atto la loro guerra economica retorica (vedi „Economia di guerra vs. guerra economica“) [*9]: Trump dichiara costantemente che i negoziati stanno procedendo bene in modo da alleviare così la pressione sui prezzi dell’energia e sui mercati finanziari, mentre nel contempo Teheran nega categoricamente di aver partecipato a dei colloqui per mantenere questa pressione sui prezzi il più possibile. Visto che il numero totale delle truppe di terra statunitensi sarà per il momento intorno ai 10.000 uomini, si ritengono probabili attacchi selettivi nel caso che i negoziati fallissero venerdì prossimo. Anche una protezione affidabile dello Stretto di Hormuz e della costa del Golfo iraniano, sarebbe possibile solo con un dispiegamento di circa 100.000 uomini. Ecco perché sembra più probabile un attacco al porto petrolifero iraniano sull’isola del Golfo di Charg, attraverso la quale, come è ben noto, più del 90% del petrolio iraniano viene esportato. Con l’occupazione dell’isola, l’Iran verrebbe privato di quasi tutti i ricavi petroliferi, mentre allo stesso tempo Washington potrebbe ulteriormente minare l’approvvigionamento cinese di combustibili fossili; sia il Venezuela che l’Iran esportano quasi esclusivamente il loro petrolio verso la Cina. Trump potrebbe così puntare a uno dei suoi tipici accordi: far pagare per Hormuz.

 Tuttavia, un’escalation del genere, accompagnata dallo schieramento di truppe di terra, potrebbe avere come conseguenza una perdita di controllo sulle dinamiche della guerra. Il dispiegamento delle truppe di terra statunitensi sulle Isole del Golfo al largo della costa iraniana, verrebbe probabilmente accompagnato da gravi perdite, dal momento che tali truppe possono essere facilmente colpite dalla terraferma. Per farlo, non sono necessari sistemi d’arma sofisticati, dato che le Isole del Golfo – anche l’occupazione di una catena di isole nello Stretto di Hormuz è in discussione – si trovano a meno di 30 chilometri dalla montuosa terraferma iraniana, mentre il rifornimento delle truppe statunitensi dovrebbe avvenire tramite il Golfo Persico. Questa costellazione, sarebbe perfetta per la guerra asimmetrica che viene praticata, in particolare, dalle Guardie della Rivoluzione iraniane. L’Iran amplierebbe anche i suoi attacchi alle infrastrutture degli Stati del Golfo, i quali sono già sul punto di partecipare ufficialmente alla guerra – l’Arabia Saudita viene considerata il sostenitore più importante di questa guerra, insieme a Israele. Non solo la produzione di gas e di petrolio potrebbe venire colpita, ma anche gli impianti di desalinizzazione che forniscono gran parte dell’acqua potabile della regione (oltre il 90% in alcuni Stati del Golfo!). Non solo a livello globale, ma anche regionale, le conseguenze di una simile perdita di controllo militare – in cui la logica dell’escalation verrebbe portata ai suoi estremi, che finirebbero per essere semplicemente apocalittiche. I dispotismi del Golfo, i quali dipendono dagli impianti di desalinizzazione, non potrebbero più essere riforniti anche mediante petroliere d’acqua; l’Iran sta bloccando lo stretto corrispondente. Le conseguenze di una perdita di controllo stanno diventando sempre evidenti: crisi idrica nel Golfo e in Iran, crollo economico globale e svalutazione inflazionistica, enormi interruzioni nelle catene di distribuzione e produzione, specialmente nell’industria IT, crisi globale della fame, soprattutto ai margini del sistema mondiale. L’attuale guerra con l’Iran diventerebbe un catalizzatore di crisi globale, non solo in termini economici ma anche ecologici.[*10]

Tomasz Konicz ***26.03.2026
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NOTE:

1 https://www.konicz.info/2016/12/16/donald-trump-und-die-zeit-des-borderliners/

2 https://de.wikipedia.org/wiki/Alternative_Fakten

3 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

4 https://www.wsj.com/world/middle-east/iran-war-negotiations-demands-85555522

5 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

6 https://www.msn.com/en-us/news/politics/trump-admits-he-buys-shoes-for-cabinet-members-after-rubios-oversized-kicks-go-viral/ar-AA1YAwIA

7 https://www.konicz.info/2022/05/25/rackets-und-rockets/

8 https://www.msn.com/en-us/news/politics/trump-throws-hegseth-under-the-bus-and-blames-him-for-starting-iran-war/ar-AA1ZeSe1

9 https://francosenia.blogspot.com/2026/03/la-guerra-e-la-guerra.html

10 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

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