La crisi del sistema sta per entrare nella sua fase più acuta: riuscirà la sinistra residua a orientare l’imminente processo di trasformazione in una direzione emancipatoria? –
di Tomasz Konicz, 22.09.2026
In quella che è la crisi mondiale del capitale in atto, esiste un prerequisito fondamentale, ai fini di una prassi emancipatoria, che semplicemente non può più essere ignorato: bisogna dire alle persone che cosa sta succedendo. Ciò che la maggior parte delle persone sospetta, o percepisce vagamente, bisogna che venga nominato con chiarezza in modo che possa così diventare la base dei movimenti sociali e delle lotte: il capitalismo è giunto al termine; e nella sua agonia minaccia di trascinare con sé nell’abisso tutta l’umanità, privandola dei suoi mezzi di sussistenza sociali ed ecologici. Il sistema mondiale capitalistico sta cozzando contro quelli che sono i suoi propri limiti allo sviluppo, sia interni che esterni. La crisi economica e climatica rappresenta solo i due momenti di un unico processo di crisi, nel quale la costrizione si limita alla crescita del capitale – vale a dire, l’intento di guadagnare sempre più denaro sfruttando il lavoro nella produzione di merci – produce un mondo ecologicamente devastato e un’umanità economicamente superflua. Di conseguenza, diventa importante cercare consapevolmente delle vie d’uscita dal capitalismo di crisi e di catastrofe, nella lotta sociale e nel discorso, nel momento in cui il mondo minaccia di sprofondare nella barbarie. Il superamento della relazione di capitale, diventa quindi il principio guida di tutti gli sforzi pratici di sinistra. Le lotte sociali, le proteste e i movimenti devono pertanto essere compresi e guidati in quanto momenti parziali di una lotta trasformativa per una società post-capitalista. Questo – il superamento della compulsione del capitale a valorizzare e di tutto ciò che sta scatenando nel mondo – è il minimo assoluto, la conditio sine qua non per qualsiasi sviluppo civilizzatore nel XXI° secolo. Pertanto, dire cosa sta succedendo significa definire chiaramente il superamento del collasso del capitale come una necessità per la sopravvivenza della civiltà. Ogni pratica progressista deve essere guidata da questa realtà di trasformazione sistemica. Ed è proprio questa insistenza sulla necessità di una trasformazione del sistema emancipatorio che rappresenta anche la chiara linea di demarcazione dall’opportunismo di sinistra – che si concretizza nello sforzo di fare rapidamente carriera come amministratori di crisi attraverso la demagogia – praticato dalla DSA (Democratic Socialists of America) o dal „Left Party“ con il loro populismo. Le organizzazioni o correnti di sinistra, un tempo cieche alla crisi, possono di fatto essere descritte come post-sinistra – sebbene si considerano ancora di sinistra. La trasformazione del capitale in storia rappresenta l’ultimo vincolo capitalistico. Qualsiasi gruppo o partito che si definisca di sinistra, e predichi un cambiamento graduale senza affrontare esplicitamente la crisi sistemica e che non sottolinei la necessità di una trasformazione del sistema è in realtà opportunista, se non reazionario. Nella crisi sistemica in escalation, non c’è più alcuna possibilità di elaborare politiche di riforma che possano „riuscire“, poiché questa impresa è semplicemente ostacolata dalle distorsioni della crisi che stanno aumentando di intensità. La pratica progressiva ed emancipatoria può svilupparsi solo attraverso lo sforzo di raggiungere un percorso progressivo di inevitabile trasformazione del sistema. Non si tratta di „radicalismo“ di sinistra, ma di un realismo acquisito dall’intuizione del carattere della crisi. La crisi procede come un processo feticistico e incontrollabile sulla società, il quale si svolge in modo competitivo e mediato dal mercato, senza prestare alcuna attenzione alle opinioni e ai calcoli degli occupanti del tapis roulant capitalista. Questa non è una gara di popolarità: anche se i lavoratori non volessero ammetterlo, anche se tutte le sezioni rilevanti della popolazione, inclusa la classe operaia, si aggrappassero al capitalismo, il sistema crollerà a causa delle sue contraddizioni interne. Resta da vedere, però, cosa verrà dopo – ed è proprio per questo che la lotta, la lotta per la trasformazione, deve essere condotta. Tuttavia, un movimento emancipatore può prevenire una caduta nella barbarie, durante il processo di trasformazione imminente e aperto, solo se questo sconvolgimento sarà riflesso, compreso e consapevolmente plasmato da esso nell’ambito della lotta per la trasformazione altrettanto inevitabile. Per poter raggiungere questo obiettivo, la sinistra, basandosi sulla teoria della crisi radicale, deve prima dire alle persone cosa sta succedendo. Questo è il prerequisito per tutte le pratiche di trasformazione emancipatoria. Altrimenti, lo slancio feticistico del capitale renderà il mondo inabitabile. E poiché in realtà non esiste alcun soggetto rivoluzionario, nessuna classe in senso stretto, che possa funzionare come soggetto rivoluzionario in virtù della sua posizione nel processo produttivo, l’unica speranza rimasta è la formazione di una coscienza di crisi radicale nella popolazione, che fungerebbe da base per un movimento di trasformazione emancipatoria.
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Il feticismo del capitale
Ma che cos’è il capitale, cos’è che dev’essere spedito nella storia prima che trascini l’umanità nell’abisso del suo crollo? È il denaro che genera più denaro attraverso il lavoro salariato nella produzione di merci – con il lavoro come unica merce che crea più valore di quanto esso valga. Il capitale va inteso come una relazione sociale che la società attraversa in quanto semplice fase transitoria in quella che è la sua infinita attività di profitto nel contesto della produzione di merci. Solo all’interno di tale movimento di valorizzazione – bruciare risorse tramite il lavoro al fine di massimizzare il profitto – le persone, o le cose, devono diventare capitale. Il capitale, in tutte le sue contraddizioni sociali ed ecologiche, è quindi anche una reale astrazione che subisce un cambiamento di forma, dal denaro alla merce e infine a più denaro, in ogni ciclo di valorizzazione. Nella società nel suo insieme e a livello globale, il capitale produce una dinamica propria: il feticismo sociale. Le dinamiche distruttive della valorizzazione del capitale, prodotte inconsciamente dai soggetti del mercato – che avvengono „alle loro spalle“, in quanto mediate dal mercato – appaiono essere come un fenomeno naturale della società. Questo feticismo appare particolarmente evidente nelle crisi, nel momento in cui „l’economia“ improvvisamente va fuori controllo, e le „tempeste di crisi“ o „i terremoti di mercato“ devastano intere regioni dal punto di vista socio-economico – come se fossero eventi meteorologici estremi. La sensazione di essere alla mercé di forze quasi naturali, anonime e opprimenti, diventa così evidente. La stessa è evidente anche nella crisi climatica; che sta influenzando sempre più la valorizzazione stessa del capitale. Ciò che deve quindi essere superato, è questo movimento cieco del capitale, che sta devastando la società umana e gli ecosistemi. Questo feticismo distruttivo va sostituito dalla comprensione consapevole da parte dei membri della società per quel che riguarda il processo riproduttivo della società. Con la crisi del capitale crollano anche le istituzioni e le strutture sociali che esso ha storicamente generato. Pertanto, la riproduzione sociale post-capitalista non può avvenire sotto forme di „nazionalizzazione“ immaginate dai sinistri ortodossi, dal momento che lo Stato, nella sua qualità di „capitalista collettivo ideale“, è un’istituzione capitalistica storicamente cresciuta e necessaria, che deve essere finanziata dal capitale attraverso le tasse – motivo per cui molti stati sovra-indebitati della periferia sono crollati diventando „stati falliti“ già negli anni ’90, non appena il processo di crisi aveva superato un certo livello di maturità. Lo Stato non è la soluzione, ma è parte del problema. Un altro stallo si crea a partire dai tentativi di dimostrare il proprio valore in unità autogestite, in aziende o in comuni agricoli in un mercato in crisi, poiché qui, nonostante l’autogestione, prevalgono inevitabilmente i vincoli di mercato. Si tratta quindi davvero dell’intera società intrappolata nel feticismo del capitale.
Emancipazione e fuga dalla prigione capitalista del pensiero
Il feticismo del capitale, dà origine anche al concetto di emancipazione: si tratta di un’emancipazione dal feticismo sociale, vale a dire, dalla „eteronomia“ dei soggetti che avviene attraverso dinamiche sociali che questi stessi soggetti producono inconsciamente, però sempre mediate dal mercato. Questo può essere raggiunto solo grazie a un movimento consapevole della propria situazione, che sia consapevole del carattere di crisi descritto. Solo in una lotta consapevole per un futuro post-capitalista, derivante dall’intuizione della necessità, potrebbero ancora emergere momenti di emancipazione. Esiste quindi una regola di condotta politica a cui i movimenti, i gruppi o i partiti emancipatori del XXI secolo dovrebbero attenersi se vogliono continuare a operare come forze sociali progressiste nell’attuale epoca di sconvolgimenti e crisi, senza degenerare in una “post-sinistra” aperta alla destra. Il capitalismo deve essere trasformato in storia il più rapidamente possibile, il rapporto di capitale deve essere abolito. Tutte le azioni di sinistra, tutte le tattiche, tutte le proposte di riforma, tutte le strategie dovrebbero essere guidate da questo imperativo categorico. E la lotta per un futuro post-capitalista in cui valga la pena vivere non è „radicalismo“. È esattamente il contrario: è l’adesione alle forme di socializzazione capitalista che stanno passando alla dissoluzione, al mercato e allo Stato, che porta alla barbarie, all’estremismo fascista del centro. I successi della destra nella crisi derivano proprio dal fatto che si può ulteriormente brutalizzare quell’ideologia che era efficace nel centro neoliberista della società tardo capitalista, come la competitività e il darwinismo sociale. Qui, è essenziale che in questa competizione „razziale“, religiosa o nazionale, non ci sia rottura con il neoliberismo e con il suo implicito pensiero posizionale nazionalista. In queste linee ideologiche di continuità si trova il segreto, non così segreto, del successo della rivolta conformista della Nuova Destra. Non ci si libera così dalla prigione capitalista del pensiero e dai suoi cosiddetti vincoli pratici. Al contrario, le personalità autoritarie rimangono sulla via ideologica, ormai battuta, che conduce dal centro neoliberista all’estrema barbarie. Ecco perché la destra è la principale beneficiaria della crisi attuale. Diventare nazisti è molto facile. Il fattore decisivo è quindi la fuga intellettuale dalla prigione capitalista del pensiero, che deve andare di pari passo con la pratica emancipatoria, per poter prevenire la deriva verso un estremismo fascista del centro. Ecco perché è importante dire alle persone cosa sta succedendo. Alla luce della crisi letale del capitale, la lotta per un’alternativa vivibile al sistema, è l’unica cosa ragionevole, media, moderata. Il progresso può essere realizzato solo oltre il capitale. Ancora una volta, ciò non è necessario per la volontà dei sudditi, o per gli stati d’animo e le sensibilità della popolazione, ma proprio perché il capitale, come totalità globale feticistica, si sta disgregando da solo. L’idea che il sistema sia in una grave crisi è ormai onnipresente. E i sconvolgimenti crescenti stanno dando origine alla consueta interazione tra declino sociale e crescente comportamento competitivo. È proprio questa competizione di crisi, alimentata dall’istinto nudo di sopravvivenza, che contribuisce causalmente all’imbarbarimento del capitalismo e all’ascesa della Nuova Destra; che avvolge questa competizione di crisi con razzismo, nazionalismo, antisemitismo, fanatismo religioso e così via. Questo istinto di sopravvivenza, intrappolato nella crescente competizione quotidiana del tardo capitalismo e messo in atto inconsciamente, dovrebbe essere “sublimato” nell’ambito di una pratica emancipatoria. Ciò va inteso in quanto riflesso consapevole delle cause inconsce dell’azione sociale; in questo caso l’interazione tra il pensiero competitivo e il processo di crisi sistemica. Così come l’istinto cieco di sopravvivenza dei soggetti di mercato accelera solo la dinamica della crisi e apre la porta alla barbarie, così, allo stesso modo, un riflesso impulso collettivo di sopravvivenza, assicurato dalla necessità di superare il capitale a favore della società nel suo complesso, potrebbe costituire un potente fattore motivante per le forze emancipatrici nella lotta per la trasformazione del capitalismo tardo. Una coscienza di crisi radicale è quindi consapevole dell’insolubilità della doppia crisi capitalistica socio-ecologica e di una trasformazione del sistema vista come necessità per la sopravvivenza. Ed è proprio per questo motivo che è importante proteggere questo processo di trasformazione che si svolge oggettivamente – per quanto possibile – e impedire che derivi nell’illusione ideologica e nella barbarie fascista, diffondendo un’adeguata consapevolezza della crisi. Forse la consapevolezza di un’alternativa valida al collasso climatico e capitalista potrebbe svilupparsi solo in modo ampio in un movimento combattivo. Non mancano dispute e lotte nella crisi sistemica che accelera.
Falsa immediatezza
Spesso, questi movimenti rimangono bloccati nella falsa immediatezza delle loro richieste dirette: ad esempio, vogliono una migliore redistribuzione della ricchezza capitalista astratta, l’impoverimento crescente porta a richieste di più stato sociale, si risponde all’inflazione con richieste di contenimento tramite sussidi o con la fissazione dei prezzi massimi, ecc. Tuttavia, queste richieste immediatamente „plausibili“ finiscono per rendersi ridicole di fronte alla realtà della crisi. Le forze emancipatorie, di fronte all’urgenza del momento e alle finestre temporali che si stanno chiudendo, dovrebbero lavorare con ciò che ancora rimane. Il rifugio nella torre d’avorio della “pura dottrina” per lavorare a una graduale “diffusione” di un’adeguata consapevolezza della crisi all’interno della sinistra non rappresenta una strategia praticabile. L’unica opzione che rimane, in realtà, è quella di sfruttare le sempre nuove ondate di crisi per tentare di portare direttamente nelle lotte corrispondenti un’adeguata consapevolezza della crisi. Le probabilità che ciò accada in realtà non sono scarse, poiché anche contesti di sinistra ideologicamente accecati – ad esempio provenienti dallo spettro pro-verde, liberale di sinistra o marxista tradizionale – difficilmente possono trascurare le conseguenze della crisi. La crisi è nemica e amica del movimento progressista: restringe sempre più gli spazi di dibattito sociale, alimenta il panico e fa crescere la follia dell’estrema destra – ma allo stesso tempo costringe tutte le forze sociali che hanno ancora un minimo di lucidità a confrontarsi con l’innegabile necessità di superare radicalmente la società capitalistica ormai in fase di collasso. Il tentativo di introdurre nelle attuali controversie e nei conflitti sociali una consapevolezza della crisi che corrisponda al processo oggettivo di crisi si riduce quindi, in ultima analisi, alla lotta contro la falsa immediatezza che caratterizza tali controversie. Per falsa immediatezza si intende la tendenza dei movimenti sociali a rimanere inconsapevolmente ancorati a forme di pensiero che corrispondono proprio alle condizioni sociali e alle contraddizioni contro cui essi si oppongono. La lotta contro l’inflazione e contro l’erosione sociale, per un salario più alto o contro i tagli salariali, la lotta contro i mulini a vento della sinistra impotente e social-democratizzata contro lo smantellamento della democrazia e dello stato sociale che prosegue allegramente: tutto ciò consolida le corrispondenti strutture sociali capitalistiche e le forme di socializzazione all’interno delle quali e per il cui bene si combatte. Il lavoro, la democrazia borghese con i suoi «diritti civili» castrati dal capitalismo, lo Stato come “Stato sociale” si cristallizzano così, anche all’interno del movimento impantanato nelle lotte sociali, come presupposti quasi naturali della società umana. Gli obiettivi immediati perseguiti all’interno del sistema sono perciò „sbagliati“, e portano al formarsi della falsa immediatezza sopra menzionata, poiché innanzitutto non rompono con la logica della crisi del sistema, ma al contrario la consolidano, e in secondo luogo perché devono essere combattuti all’interno di una socializzazione al collasso del capitale, rendendo la sua realizzazione completamente illusoria. Dopo il fallimento inevitabile delle principali lotte sociali nelle crisi – ad esempio nell’Europa meridionale dopo lo scoppio della crisi dell’euro – si sono fatte sentire per lo più dimissioni e apatie, poiché questi movimenti mancavano di una prospettiva trasformazionale più ampia, che potesse derivare solo da una consapevolezza della crisi adeguata al processo di crisi. Le forze coinvolte nelle crescenti proteste sociali causate dalla crisi di solito non vogliono ottenere altro che ciò che postulano: lottare per il lavoro, per salari più alti, contro i tagli sociali, contro la distruzione dei posti di lavoro, contro l’erosione costante dei „diritti civili“, ecc.Sembra assurdo: in tempi di crisi, la sinistra lotta per il mantenimento delle forme di socializzazione capitalistiche che la crisi stessa sta erodendo. E allo stesso tempo non esiste alcuna alternativa realistica a queste stesse lotte, poiché si tratta soprattutto di forme più o meno aperte di nuda lotta per la sopravvivenza. L’affermazione di salari da fame, inferiori al livello di sussistenza, sta avanzando anche nei centri urbani. Sempre più spesso la perdita del posto di lavoro va di pari passo con la caduta in un pauperismo che mette a rischio la vita. La lotta contro lo smantellamento della democrazia e contro l’onnipresente fascistizzazione dell’Europa è necessaria per mantenere aperto il più a lungo possibile uno spazio di manovra per una politica emancipatoria. Finché continua a esistere il rapporto di capitale nella sua totalità sociale sopra descritta, anche le forze di opposizione rimangono incatenate alle sue forme di socializzazione.
La meta, è il cammino stesso
Ciò non significa però che queste forze debbano rivendicare la lotta socio-ecologica solo in queste forme, né tantomeno che la debbano concepire solo in questi termini. Pertanto, risulta fondamentale la consapevolezza con cui vengono condotte le proteste e le lotte attuali, anche se il loro svolgimento concreto, inizialmente, non dovesse differire granché dalle lotte riformiste immanenti al sistema. Il discorso sull’ideologia della crisi, sulla critica riduttiva al capitalismo e sulla falsa immediatezza mira, in ultima analisi, a elevare il processo di trasformazione alla “coscienza politica” dei movimenti sociali, per poter così comprendere in primo luogo la lotta di trasformazione condotta inconsapevolmente in quanto tale e plasmarla di conseguenza in modo consapevole. La sinistra deve essere la forza che porta questa radicale consapevolezza della crisi nelle lotte sociali – altrimenti non è più sinistra e degenera in una post-sinistra opportunista e reazionaria. Il focus, l’obiettivo di uno scontro così consapevole e apparentemente sistemico (lotta per il clima, lotta salariale, protesta antifascista, manifestazioni contro lo smantellamento della democrazia, lotte difensive contro i tagli sociali) cambiano non appena sono permeati da una coscienza trasformativa; quando vengono quindi intese e propagandate come fase iniziale della lotta di trasformazione, che infuria già nella periferia con tutta la sua brutalità omicida. Per restare sull’esempio delle proteste sociali:anziché limitarsi a postulare semplicemente che i ricchi debbano pagare, dovrebbe essere chiarito che i ricchi devono pagare per la trasformazione; purché il denaro abbia ancora valore, e abbia senso fare questa richiesta. Il percorso diventa l’obiettivo: l’auto-organizzazione del popolo nei corrispondenti movimenti di opposizione dovrebbe quindi già essere sostenuta dallo sforzo di formare momenti di socializzazione post-capitalista. Il percorso dell’organizzazione progressista nelle lotte sociali contribuisce quindi all’obiettivo di una società post-capitalista emancipata dal feticismo. Ma oltre alle misure di redistribuzione e di espropriazione, sorgerà anche la domanda: come possono essere organizzati sanità, cibo, abitazioni, ecc. senza le risorse finanziarie adeguate o i posti di lavoro redditizi disponibili? Nel momento in cui l’inflazione svaluta il denaro attraverso la svalutazione del valore e tutto rischia di chiudere o di ridimensionarsi a causa della mancanza di redditività, l’organizzazione della riproduzione sociale secondo criteri diversi da quelli capitalistici diventa una priorità. Non secondo lo slogan «Come si può finanziare la pensione?», ma piuttosto «Come si può organizzare la ricchezza materiale e sociale affinché gli anziani possano vivere con dignità?». Non «Come si possono creare posti di lavoro?», ma «Come si dovrebbero mobilitare le persone e le risorse e cosa si dovrebbe fare affinché si possano garantire alimentazione, alloggio, salute ecc.?» (e non certo a livello di Hartz IV, di baraccopoli o di gulag). O la sinistra si impegna su questo piano radicale, oppure diventa una “post-sinistra” e sarà costretta a partecipare all’attuazione di soluzioni immanenti al sistema, il che non porterà ad altro che a spedire gli anziani in gulag assistenziali a basso costo o a eliminarli in modo “socialmente accettabile”. Le richieste e le forme di organizzazione, nella resistenza contro la catastrofe climatica imminente, contro le imposizioni dell’amministrazione di crisi, devono quindi contenere in sé già delle forme germinali di socializzazione post-capitalista. In questo contesto, l’obiettivo centrale dovrebbe essere quello di configurare innanzitutto spazi di dibattito aperti – anche su Internet – all’interno dei movimenti di opposizione intrinseci al sistema. Il dibattito sulla crisi, che non è più possibile a livello dell’intera società (e che viene sabotato dal Partito di Sinistra o dal DSA per calcoli opportunistici), deve essere condotto quanto meno all’interno dell’opposizione di sinistra residua. Inoltre, nel consenso sulle strategie e sulle forme di protesta emerge già l’auspicato processo di comprensione post-capitalista riguardo alla riproduzione sociale nel suo complesso. Gli spazi di discussione dovrebbero quindi essere mantenuti aperti il più a lungo possibile, anche di fronte alla crescente repressione. Il processo di discussione aperto, l’organizzazione e il coordinamento della lotta trasformativa: proprio queste potrebbero fungere da forma preliminare di autocomprensione consapevole e globale della società mondiale riguardo alla sua stessa riproduzione. Ecco perché, tra l’altro, è così necessaria la lotta democratica per mantenere il più a lungo possibile le libertà democratico-borghesi residue, al fine di poter influenzare il più a lungo possibile il processo di trasformazione attraverso forme di conflitto non militari. Inoltre, è difficile valutare la necessità di passare dalla lotta democratica agli scontri militanti-militari, poiché essa dipende dal grado di fascistizzazione e dalle tendenze alla disgregazione dello Stato e della società in questione. Una simile lotta armata, che può essere imposta alle forze emancipatorie nel corso di una crisi, rappresenterebbe tuttavia anche una sconfitta. La struttura aperta del discorso, gli approcci all’autogestione, che potrebbero costituire i germi di future società, rischiano di cedere il passo alle esigenze dell’organizzazione militare. A quel punto, le linee guida pratiche leniniste diventano effettivamente inevitabili – e si profila il rischio di una «sovietizzazione» autoritaria delle alternative post-capitalistiche.
Il denominatore comune
Non si tratta più di riparare un sistema malato, bensì di trovare modi ottimali per uscire dalla crisi capitalistica permanente sulla base di lotte concrete, e questo proprio perché un crollo del capitale che sfociasse nella barbarie e nel collasso segnerebbe l’ultima sconfitta della sinistra. La sinistra deve pertanto comprendere la crisi vedendola come un processo che si svolge in fasi, e quindi pensare anche ai processi, agli sviluppi, percepire le strutture sociali esistenti come in un processo di decadimento, individuare le contraddizioni decisive e, in previsione degli enormi sconvolgimenti a venire, creare le migliori condizioni sociali possibili: il punto di partenza ottimale per la trasformazione emancipatoria.In questo contesto si pone sempre, in modo molto concreto, la questione di quali strutture politiche e quali configurazioni di potere sociale debbano prevalere in occasione della prossima ondata di crisi. Il processo di crisi che si sviluppa alle spalle dei soggetti potrebbe trovarsi di fronte a società tardo-capitalistiche con strutture molto diverse tra loro. Queste possono essere di orientamento oligarchico, prefascista o democratico-borghese, piuttosto egualitarie o basate sugli ordini sociali, nazionaliste o cosmopolite, laiche o religiose-fasciste e così via. È tuttavia essenziale evitare di gerarchizzare le lotte distinguendo tra contraddizioni principali, legate alla lotta di classe, e altre secondarie. La lotta di classe, alimentata da una consapevolezza radicale della crisi, può fungere da forma embrionale e momento parziale della lotta per la trasformazione proprio come lotta per il clima. Gli scontri di lotta di classe nelle vertenze salariali, o nelle proteste sociali, possono servire, solo su un piano di parità con altre lotte sociali; come l’antifascismo, la lotta per il clima, l’antimilitarismo, il femminismo, la difesa della democrazia, l’autodeterminazione sessuale ecc.: tutto questo visto all’interno di un movimento trasformativo, nel corso degli scontri, volto a superare la loro falsa immediatezza. Le lotte sociali, le proteste, o le lotte per la ridistribuzione, diventerebbero, grazie all’introduzione di una consapevolezza radicale della crisi, momenti di una lotta di trasformazione che si intensificherebbe sempre più rapidamente con il superamento di alcuni punti di svolta sociali o ecologici, che probabilmente coincideranno sempre più spesso. La crisi, insieme al processo di trasformazione, è il denominatore comune di quasi tutte le lotte sociali, che devono essere condotte come lotte di trasformazione: In che direzione tende la dinamica della crisi? Dove si collocano le contraddizioni decisive? Quali forze, quali costellazioni potrebbero contribuire a un corso emancipatorio della trasformazione? La sinistra deve ragionare in termini di processi, dinamiche e contraddizioni, invece di rimanere ancorata alla consueta reificazione. È quindi necessario, nonostante tutte le evidenze, lottare per trasformare questo inevitabile movimento di trasformazione – che sicuramente sostituirà lo stato attuale e il cui corso e esito sono ancora incerti – in un movimento che agisca in modo consapevole nella lotta per la trasformazione. Non c’è alternativa: la trasformazione del sistema è inevitabile, ciò che conta è indirizzarla in una direzione progressista ed emancipatoria; nella lotta contro le forze della barbarie che il capitale, nella sua crisi, sta nuovamente sprigionando. Se oggi esiste un campo di battaglia che dovrebbe avere la priorità nell’attuale fase di crisi, è quello di un antifascismo impegnato a costruire un’alleanza il più ampia possibile, poiché il fascismo, in quanto forma apertamente terroristica di crisi del dominio capitalista, si sta già delineando chiaramente. Il „fronte trasversale“ che da tempo si sta diffondendo nella sinistra tedesca, la Nuova Destra profondamente intrecciata con l’apparato statale tedesco e il prefascismo in ascesa stanno già scalpitando per rispondere alla crisi del capitale con un ennesimo precipitare nella barbarie.
Tomasz Konicz – Pubblicato il 17/9/2026 su https://direkteaktion.org/