Ancora una volta si pone la questione

Quando scoppierà la grande bolla di liquidità in cui si trova il sistema finanziario mondiale?

Serve a qualcosa continuare a stendere rapporti per l’analisi del mercato finanziario? Ad ogni modo, il noto sito di notizie statunitense „Business Insider“ ha avvertito, in seguito alla lettura del „Global Financial Stability Report“ del Fondo Monetario Internazionale (FMI), pubblicato nel mese di Aprile, che tale rapporto sullo stato dei mercati finanziari mondiali „non era adatto ai cardiopatici“. L’FMI constatava, a partire dall’ottobre del 2014, un aumento dell’instabilità del sistema finanziario mondiale, in parallelo con un dislocamento dei „rischi di instabilità“ verso quelle zone che sono difficili da rilevare. Sta avvenendo un dislocamento dalle „economie avanzate verso le economie emergenti, dalle banche verso le banche-ombra e dei problemi di solvibilità verso i problemi di liquidità“.

L’FMI concludeva che i „mercati possono diventare sempre più vulnerabili ad episodi in cui la liquidità sparisce e si innesca la volatilità“. Come esempi della crescente instabilità strutturale del sistema finanziario globale, il rapporto menzionava le distorsioni scatenate dall’abolizione del legame del franco svizzero nei confronti dell’euro, avvenuta nel gennaio del 2015, così come parlava dell’improvvisa picchiata delle obbligazioni a dieci anni del Tesoro degli Stati Uniti, nell’ottobre del 2014, il cui collasso è stato comparabile alla reazione al fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Queste turbolenze nei mercati sono state rafforzate soprattutto dall’enorme „ritiro del sostegno alla liquidità“, avvertiva l’FMI.

Parlando chiaramente: sotto la superficie della „normale“ attività di mercato, lo scetticismo e la sfiducia si stanno diffondendo fra i soggetti che sono coinvolti, in quanto esiste l’idea dell’insostenibilità della dinamica dell’attuale speculazione – a causa della bolla di liquidità scatenata dalla politica monetaria espansionista delle banche centrali. Ciascun attore del mercato finanziario deve partecipare per più tempo possibile nel corso del boom, ma allo stesso tempo deve accrescere la sua disponibilità ad uscire il più velocemente possibile quando arriva la turbolenza. Perciò, possono avvenire anche eventi limitati di onde d’urto maggiori che attraversano tutto il sistema, come osservava il Business Insider: „Quando, nei momenti di maggior volatilità, si prosciuga la liquidità del mercato, l’estensione e la portata dei movimenti di mercato si rafforza“. Quello che qui avviene è il ritorno della costellazione della crisi finanziaria globale del 2007/2008, quando i mercati „congelarono“, dopo lo shock di Lehman Brothers, e i prestiti sul mercato interbancario rimasero quasi paralizzati, poiché gli attori del mercato finanziario non si fidavano più l’uno dell’altro.

Da allora, in particolare la politica monetaria degli Stati Uniti ha rifornito al massimo grado il sistema finanziario mondiale, con una liquidità sempre nuova, cosa che – al di là della politica prolungata del tasso zero – ha portato alla maggiore emissione monetaria mai avvenuta nella storia dei cinque secoli del sistema capitalista mondiale. La banca centrale statunitense, la Fed, ha comprato sul mercato finanziario, fra il 2009 e l’ottobre del 2014, titoli per un „valore“ di 3,5 miliardi di dollari, con cui, nel breve termine, si è riuscito realmente a stabilizzare il sistema. L’inizio dell’azione di emissione monetaria, chiamata „quantitative easing“, è stato altrettanto controverso della decisione di ridurre lentamente tale emissione, a partire dalla fine del 2013, fino a smettere del tutto, come ha riassunto la Bloomberg in un rapporto: „Si è discusso a lungo se la Fed avesse ridotto troppo presto (il programma di acquisto delle obbligazioni), data la debolezza economica globale, o troppo tardi, rispetto ai segni di formazione di bolle su molti mercati.“

Da questo commento traspare l’impasse sempre più evidente della politica capitalistica rispetto alla crisi, dal momento che le élite funzionali della politica e delle imprese sono diventate da molto tempo giocattoli della dinamica di crisi e sono in grado solamente di determinare strade diverse per i nuovi sviluppi della crisi stessa: sul piano della politica monetaria, la scelta apparente è quella fra politica monetaria espansiva e restrittiva, optando solo fra gonfiare nuove bolle e innescare la „fuga di liquidità“ – insieme al rischio del „congelamento“ dei mercati. Pertanto non è per caso che per l’FMI l’instabilità del sistema finanziario mondiale sembra crescere soltanto a partire dal momento in cui la Fed ha stabilito la sua „flessibilizzazione quantitativa“. E‘ per questo che nel „Global Financial Stability Report“ si possono trovare molti avvertimenti sia a proposito della politica monetaria espansionista, la quale porta a formazione di bolle, sia a proposito della sua cancellazione, in quanto questo potrebbe portare ad una „tempesta di volatilità“, come viene definita dal Wall Street Journal in un articolo sulla relazione del FMI.

In questa aporia della politica di crisi capitalista, per inciso, viene rappresentata anche la disputa senza fine fra keynesiani e neoliberisti a proposito della politica economica, che vede entrambe le parti litiganti criticare a ragione le ricette della parte avversa: è ovvio che i programmi di stimolo finanziati dal debito, dei keynesiani, mantengono funzionante il sistema per poco tempo come una sorta di „fuoco d’artificio“ – ed è ugualmente ovvio che i programmi neoliberisti di austerità portino i paesi al collasso socio-economico. L’unica conclusione logica che si può trarre da questo noioso dibattito è il riconoscimento del fatto che ovviamente il capitalismo non funziona senza una formazione permanente di debito.

E‘ esattamente questo che si può dedurre dagli avvertimenti del FMI a fronte della situazione nei paesi emergenti, che sono minacciati non solo dalla caduta dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime, ma anche dalla rapida scalata del dollaro degli Stati Uniti e dall’imminente inversione dei tassi di interesse della Fed. Va ricordato: la gigantesca stampa di denaro da parte della Federal Reserve statunitense, che ebbe inizio per superare gli effetti dello scoppio della bolla immobiliare, portò alla formazione di nuove bolle di debito nei paesi emergenti, una volta che il capitale, di fronte ai tassi di interesse negativi nei centri del sistema mondiale, cominciò a scorrere verso la semi-periferia alla ricerca di rendimenti più elevati – e quei paesi vennero per qualche tempo celebrati dalla stampa economica borghese, con un’ignoranza quasi sconvolgente, come futura „locomotiva dell’economia mondiale“. Dopo la fine del „quantitative easing“ della Fed, esplosero le bolle dei paesi emergenti, una volta che i flussi finanziari globali si dislocarono nuovamente al centro e la valorizzazione del dollaro USA ebbe reso sempre più difficile il servizio del debito in paesi come „Argentina, Brasile, Sudafrica e Nigeria“.

In realtà, non sembrano mancare potenziali rischi di incendio nel sistema finanziario mondiale gonfiato per anni dalla stampa di denaro. L’FMI menziona esplicitamente il settore immobiliare in Cina, dove la caduta dei prezzi potrebbe non solo minacciare il mercato finanziario domestico, ma infettare anche gli altri mercati. Oltre la situazione drammatica di molti paesi emergenti – scatenata dal doppio golpe dell’imminente inversione dei tassi di interesse della Fed e della caduta dei prezzi dell’energia – il rapporto vede a rischio la stabilità finanziaria anche perfino nei centri del sistema mondiale, poiché l’imminente svolta dei tassi di interesse della Fed e la stampa di denaro appena cominciata da parte dell’Unione Europea porterebbe alla formazione di squilibri nel sistema finanziario globale (carry trades). Nell’Unione Europea, l’FMI registra inoltre una gigantesca montagna di crediti inesigibili che ammonta a circa novecentomila milioni di euro, la quale costituisce un lascito dell’ultima crisi finanziaria. Inoltre, la politica monetaria espansiva della BCE ha messo „in difficoltà“ le società di Assicurazioni europee in quanto la prolungata politica di abbassamento dei tassi ha portato a che „quasi un quarto delle società assicuratrici già non riesce più a soddisfare i requisiti di capitale di solvibilità“. Questo è un mercato con „4,4 miliardi in titoli (assets)“ che, secondo l’FMI, costituiscono una „fonte di potenziale overflow“ della dinamica di crisi.

La stampa di denaro da parte della BCE, naturalmente, non solo ha portato al rafforzamento degli squilibri nella sovrastruttura finanziaria, ma – e questa è la vera intenzione di questo programma di stampa di denaro, in corso fino alla fine del 2016 – ha permesso soprattutto di far continuare a crescere il surplus commerciale della zona euro (soprattutto in Germania) nei confronti dei paesi non-europei. L’euro debole riduce il costo dei beni prodotti nella zona euro per i mercati non-europei, trascinando tutta la zona euro, rimodellata a immagine e somiglianza della Germania, nella medesima „politica di impoverire il tuo vicino“ (beggar-thy-neighbour policy) – devastante per i paesi fuori dall’Europa – che è stata portata avanti dalla Germania in relazione alla zona euro con un successo altrettanto devastante fino allo scoppio della crisi dell’euro. Dal momento che gli Stati Uniti – al contrario del sud dell’Europa – hanno la propria banca centrale e la valuta di riserva mondiale, le reazioni saranno inevitabili.

Un’anticipazione dei crescenti scontri, legati alla crisi, delle politiche finanziarie, fra gli „alleati occidentali“ di entrambe le sponde dell’Atlantico, è rappresentata dalle notizie sulla speculazione degli investitori nordamericani sui titoli tedeschi ed europei. „Ricchi speculatori pretendono di realizzare guadagni sulla Germania“, scriveva indignato il Frankfurter Allgemeine Zeitung, a fine aprile, visto che in questo modo veniva pregiudicata la stampa di denaro da parte della BCE, e gli interessi sulle obbligazioni a dieci anni del debito pubblico tedesco registravano in un solo giorno un forte aumento di dieci punti. Anche altre grandi economie – come la Cina ed il Giappone –  hanno dovuto rispondere con misure difensive a questo appoggio all’esportazione per mezzo della stampa di denaro, essendoci una minaccia si svalutazione competitiva globale delle monete (la cosiddetta „guerra valutaria“), la quale porterebbe ad un’iper-inflazione – al più tardi quando esploderà l’attuale bolla di liquidità.

Poiché è proprio il gigantesco mostro dei mercati finanziari del tardo capitalismo a mantenere bassa l’inflazione, nonostante la stampa di denaro: la dinamica della speculazione porta ad un’inflazione dei prezzi dei titoli, i quali cadrebbero in un’inflazione reale solo con lo scoppio della bolla, quando il capitale fittizio nel panico cercherà di scappare dalla sfera finanziaria. Per avere un’idea delle dimensioni dell’attuale bolla di liquidità, vale la pena dare un’occhiata al „livello di correlazione“ fra i diversi mercati finanziari (azioni, ipoteche, obbligazioni, ecc.). Secondo l’FMI, dallo scoppio della crisi, tale livello non è diminuito, ma è andato aumentando – in media dallo 0,4 allo 0,7, attualmente, dal momento che un valore di 1,0 implicherebbe un movimento sincrono. L’FMI avverte anche a proposito di un „aumento dei rischi di contagio“ fra i segmenti individuali di mercato nella sfera finanziaria. Questo appare essere quasi un anacronismo, dal momento che oramai tutto il sistema finanziario opera sempre più in forma sincrona, in quanto è alimentato dalla medesima dinamica speculativa. Al di sopra di tutti i segmenti di mercato della sfera finanziaria – che siano „futures“ su carcasse di maiale e su succo di arancia congelato oppure su cartolarizzazioni di ipoteche – si sviluppa, sempre più forte, nella presente bolla di liquidità, un movimento di valorizzazione del capitale fittizio alimentato in maniera uniforme dalla speculazione.

E vi è una montagna crescente di debito, che rappresenta la base economica reale di queste bolle che proliferano nei mercati finanziari mondiali, alimentata dalle corrispondenti situazioni di deficit (ad esempio, nei paesi emergenti). La società di consulenza McKinsey ha recentemente dichiarato che il debito totale globale fra il 2007 ed il 2014 è aumento dal 269 al 289% del prodotto economico globale. Il Rapporto di Ginevra, pubblicato dallo „International Centre for Monetary and Banking Studies“, quantificava nel settembre del 2014 l’aumento a lungo termine del debito mondiale (escludendo il settore finanziario): questo è aumentato nel 2001 del 160% del prodotto economico mondiale, del 200% nel 2009 e del 215% nel 2013. Il rapporto metteva in guardia rispetto ad una „combinazione tossica“ fra debito elevato che continua ad aumentare ed una debole crescita economica. La lieve diminuzione del livello di indebitamento nel settore finanziario ed in quello privato, delle economie sviluppate, è stato più che compensato dall’aumento del loro „debito pubblico“ e da un rapido rigonfiamento del debito nei paesi emergenti. „Contrariamente alla convinzione generalizzata, il mondo non ha cominciato a ’sdebitarsi‘ e la proporzione fra i debiti ed il PIL continua ad aumentare, infrangendo sempre nuovi record.“

Tomasz Konicz  – Pubblicato su KONKRET del 06/2015

Link: http://francosenia.blogspot.com/2015/06/troppo-presto-o-troppo-tardi.html

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